giovedì 09 mar 2017

God Of Thunder > Stagione 3 - Puntata 16

A Day In The Life - Dylan, Beatles e Stones tra Passato e Futuro

Giovedì 9 Marzo a partire dalle 21 God Of Thunder si fa 'documento d'epoca', proponendo tre concerti che hanno segnato la fine di un percorso storico-musicale e che per questo ne rappresentano ancora oggi espressione più significativa e 'definitiva'.

Si inizia con Bob Dylan e la sua ultima performance al Newport Folk Festival datata Domenica 25 Luglio 1965.
Da sempre 'casa del traditional folk, il Newport aveva accolto Dylan nelle edizioni precedenti apprezzando e consacrando la sua produzione acustica allo stato dell'arte, vuoi per l'introspezione dei testi, vuoi per quel suono asciutto, essenziale, di chitarra e armonica a bocca.
Dylan però stava cambiando: quel '65 preludeva alla sua definitiva svolta elettrica, all'adozione di soluzioni compositive rock-oriented. Il 'nuovo' Dylan decise di presentare così le stesure dei pezzi elettrici proprio nell'ambito di un festival folk sentenziando: 'Fanculo se pensano di tenere l'elettricità fuori di qui, io lo farò!'
E quando Bob si presentò sul 'suo' palco imbracciando una electric guitar accompagnato da una vera e propria rock band lo sbigottimento dell'audicence fu inevitabile.
Musicalmente parlando, il concerto è meraviglioso: il blues di 'Maggie's Farm' ci restituisce un duetto Dylan-Bloomfield alle sei corde in autentico stato di grazia, la seguente 'Like a Rolling Stone' palesa l'apporto organistico di Al Kooper. La risposta di pubblico è tuttavia tiepida, imbarazzata, quasi incredula per il 'tradimento' modernista del suo beniamino, ritenuto inossidabile custode di un suono e di un'attitudine tradizionale.
E allora ecco il finale beffardo: Dylan abbandona la strumentazione elettrica per tornare da solo on stage, interpretando una più che mai malinconica 'It's All Over Now, Baby Blue' alla vecchia maniera, con acoustic guitar e armonica. Era il suo modo modo di dire addio ad una platea davanti alla quale non si sarebbe più esibito: i tempi per cambiare erano ormai maturi, un'epoca era al crepuscolo e pazienza se questo significava creare una frattura col suo pubblico della prima ora.

Il secondo concerto che andremo ad ascoltare è il famoso 'Rooftop concert' dei Beatles, ovvero la loro ultima esibizione live in assoluto tenutasi il 30 Gennaio 1969 in quel di Londra, sul tetto del palazzo dove erano sittuati gli uffici della Apple, casa discografica da loro stessi fondata, al numero 3 di Savile Row.
Ufficiosamente la band era praticamente già sciolta, essendo i musicisti ormai lontanissimi sia sul piano umano che artistico. Quell'esibizione non era infatti destinata ad un pubblico, doveva bensì diventare parte di un documentario nell'ambito di un progetto più vasto, comprendente tra l'altro l'album 'let It Be'. Seguendo l'ultimo tentativo di Paul Mccartney di rivitalizzare un entusiasmo ormai sopito, i Fab Four si piegarono di malavoglia all'idea di creare un 'happening' sonoro inaspettato all'ora di pranzo, cominciando a strimpellare 'Get Back' tra lo stupore generale di tutti coloro che popolavano in quel momento i marciapiedi di Savile Row. Nel giro di qualche minuto, buona parte di Londra era lì sotto, con la testa all'insù a scrutare quel bizzarro concerto, con inevitabili intasamenti di traffico.
Lassù sul tetto, il regista Michael Lindsay-Hogg e l'ingegnere del suono Alan Parsons (ne sentiremo spesso parlare...) immortalavano un McCartney ringiovanito, un Harrison ed un Ringo Sarr piuttosto annoiati ed 'assenti' ed un John Lennon che, coperto dalla pelliccia di Yoko Ono che se ne stava poco più lontano, pareva sospeso tra un fare serafico ed un accenno d'intesa con Paul, colui che era stato lo sparring partner di una vita.
Ma tutto questo era, appunto, una vita fa: la Storia aveva già sentenziato lo split di una delle più grandi band di tutti i tempi, nessuno voleva tornare indietro. E così, quando la Polizia fa educatamente irruzione sul palco-tetto per interrompere il rumoroso lunch break che stava protraendosi ormai da una quarantina di minuti, Lennon saluta tutti col suo consueto sarcasmo racchiuso in poche parole: 'Arrivederci, spero che abbiamo superato l'audizione'. Addio Beatles, benvenuti Seventies.

Per finire, eccoci al gig conclusivo di questa puntata: si tratta del concerto tenuto dai Rolling Stones all'Altamont Speedway, il 6 Dicembre 1969.
Concerto tragico, in quanto vedrà la morte del giovane Meredith Hunter per mano di coloro che avrebbero dovuto fare da servizio d'ordine, ovvero alcuni membri degli Hell's Angels.
Il Free Concert di Altamont è l'altra faccia dell'epopea dei grandi raduni, la risposta negativa all'utopia woodstockiana dell'altro mondo possibile, un mondo autogestito in cui far convivere senza regole persone munite delle droghe più disparate. Un giorno da dimenticare fin dall'inizio, racchiuso nella violenza e nella tensione strisciante che serpeggiava tra pubblico e bikers nelle esibizioni di Santana e dei Jefferson Airplane, tensione che esplode drammaticamente durante il 'main event', il concerto degli Stones appunto. Gli appelli alla calma smarriti e un po' patetici di un Jagger inebetito, fin troppo rockstar e non più solo musicista, fanno da cornice al dramma dello scontro tra pubblico e 'guardie improvvisate', a loro volta consumatrici di sostanze ben lontane dal creare la tanto auspicata atmosfera pacifica e conviviale. Il concerto, musicalmente parlando, ci presenta una band prossima al suo periodo d'oro ma ancora un po' ruspante, acerba: anche in questo caso, Altamont è dunque un tragico rito di passaggio, una perdita dell'innocenza sia per l'ascoltatore che ben presto diventerà consumatore dell'industria discografica, sia dell'artista che di lì a poco non si accontenterà più di 'suonare per suonare', scavando un solco tra la propria musica e il mondo circostante.


Riascolta la puntata di giovedì 09 mar 2017



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